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La necessità di trovare un equilibrio

Da secoli l’uomo si è trovato di fronte a culture e ideologie diverse. Leggi e costumi non condivisi, religioni e idee politiche di diversa ispirazione che hanno plasmato la mente e forgiato il modo di essere di milioni e milioni di persone. In passato si era più inclini a rifiutare tutto ciò che era considerato diverso, che non si conformava al modo generale di pensare o che, comunque avesse delle caratteristiche insolite ed esotiche. Di conseguenza ogni atteggiamento che rientrava in questa definizione, era osteggiato e, nel Medioevo bigotto, era combattuto come qualcosa proveniente dal male e assolutamente da estirpare per evitare la contaminazione con il resto della popolazione.
Oggi, a molti secoli di distanza, la tendenza è generalmente cambiata e si va verso un’accettazione del diverso e dell’ “esotico” sempre più consapevole e rivolta verso la tolleranza e la contaminazione. Tutto ciò è inevitabile, uomini di diverse etnie e provenienza vengono ogni giorno a contatto gli uni con gli altri regalandosi un pezzo di se stessi e della propria cultura a vicenda. Da ciò deriva una lenta e graduale metamorfosi che, anche se inconsapevolmente, ci coinvolge. Elementi cosiddetti stranieri si mescolano alla vita di tutti i giorni, usi e costumi, un tempo relegati a paesi lontani, arrivano a noi sotto forma di mode e tendenze. Tutto ciò s’insinua nella nostra vita senza trovare barriere. Ci si veste con accessori e abbigliamento etnico senza problemi, sfoggiando magari un paio di orecchini proveniente dall’Africa, o altri oggetti tipici di queste culture.
Quest’atteggiamento sembra però cambiare orientamento nel momento in cui incontriamo un extracomunitario all’angolo della strada intento a vendere fazzoletti, oppure quando sull’autobus sale un gruppo di “zingari”. C’è sempre qualcuno che si volta con aria di superiorità e con la puzza sotto al naso a guardare, oppure si sposta di posto evitando ogni possibile contatto fisico o verbale. Ecco che tutto ciò che, precedentemente era sembrato particolare, alla moda e di tendenza, viene dimenticato. Come se quegli oggetti e quel modo particolare di vestirsi non avessero fondamenti culturali, come se fossero totalmente staccati e privati del loro significato.
Portare il “tika”, quel puntino rosso che le donne indiane si disegnano al centro della fronte, per esempio, non è una moda, ma è un usanza ricca di significati e di intenso valore sociale.
Se quest’atteggiamento cambiasse dando più valore alle cose per quello che sono in realtà e cercando di non condannare o rifiutare tutto ciò che è esotico, come facevano nel Medioevo forse si potrebbe andare oltre il concetto di tolleranza e raggiungere una tranquilla e proficua convivenza tra gli individui di qualsiasi provenienza. Rifiutare o condannare ciò che è diverso senza conoscerlo è da ignoranti, e soprattutto da stupidi…
Spesso non si è affatto consapevoli di quanto possiamo imparare nel confronto con gli altri e con la loro cultura.

fotografia di Sebastiao Salgado
La metamorfosi
La metamorfosi dell'individuo è uno dei temi fondamentali della mia tesi di laurea. Nella tesi ho analizzato tre romanzi di Salman Rushdie, uno scrittore anglo-indiano molto noto per la fatwa che si è attirato per il suo romanzo sui Versi Satanici. Mal visto dalle autorità islamiche ha trascorso parte della sua vita nascondendosi per sfuggire alla condanna a morte.
Ora sto leggendo il suo ultimo romanzo Shalimar il Clown e ancora una volta l'autore riprone il tema della metamorfosi. Il protagonista è una specie di saltinbanco del Kashmir, capace di camminare su una corda sospeso nel vuoto. È proprio questo che mi fa riflettere.
Coloro che sono cosmopoliti, che vivono a cavallo di più culture passando la loro vita in giro per il pianeta, non hanno una loro patria, sono come acrobati che camminano nel vuoto su una corda sospesa. Shalimar è molto abile a camminare nel vuoto, sembra quasi il suo elemento naturale. La corda poi si spezzerà...
Io credo che questo sia proprio sintomo del suo essere outsider, come lo sono tutti i personaggi di Rushdie e la maggior parte di quelli della letteratura post-coloniale. Uomini e donne senza radici che non sanno e non riescono a trovare un luogo cui appartenere.
Il concetto di metamorfosi si collega a tutto ciò proprio perché rende l'idea della mescolanza di più elementi di origine diversa che trasformano l'originale rendendolo un ibrido. In Rushdie sono presenti tutti questi elementi e si vede la metamorfosi, in lui e nei suoi personaggi convivono elementi occidentali e orientali: le origini dei padri e l'altrove (Inghilterra, Europa, America); la religione (Islam) e l'ateismo.
Per fortuna la fatwa è stata ritirata e credo che questo sia un buon segno dell'affermazione della libertà di parola e di scrittura.





Quando le parole non servono...




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Migrations di Sebastiao Salgado.